martedì, 07.22.2014

Enrico Calamai: «Giustizia per i nuovi desaparecidos»

Un tribunale internazionale per i nuovi desaparecidos del Mediterraneo. Lo chiede un comitato promosso da Enrico Calamai, che salvò centinaia di oppositori del regime argentino: «Le morti dei migranti hanno responsabilità politica».

«Sono i nuovi desaparecidos, vittime del reato di lesa umanità. I migranti morti nel Mediterraneo per precise responsabilità politiche al di là degli incidenti e delle colpe degli scafisti “cattivi”». Responsabilità di Stati democratici, non di feroci dittature sudamericane. A lanciare la denuncia è Enrico Calamai, che di violazioni dei diritti umani ne ha viste parecchie in vita sua. «Ho maturato una specie di occhio clinico», dice con amarezza. Quando nel 1976 in Argentina i militari presero il potere, lui era là, giovane vice console a Buenos Aires. Nel silenzio generale, del governo italiano e del Vaticano, Calamai riuscì a far espatriare, e quindi a salvare, centinaia di connazionali perseguitati dal regime, come ha raccontato nel libro Niente asilo politico. Adesso questo signore distinto e lontano dai clamori mediatici, punto di riferimento nella difesa dei diritti umani, è tra i promotori del comitato che intende costituire un Tribunale internazionale d’opinione, sulla falsariga del Tribunale Russell. Proprio per individuare e rendere note le responsabilità che stanno “in alto”. Perché «la desaparicion è una modalità di sterminio di massa, gestita in maniera tale che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza», ha detto Calamai alla Camera dei deputati il 10 luglio, presentando insieme a esponenti delle associazioni e della cultura l’appello del comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos” (a cui si può aderire scrivendo a nuovidesaparecidos@gmail.com).

Enrico Calamai, come nasce l’idea di appellarsi al Tribunale internazionale? 

È un tema che mi preoccupa da anni, tant’è vero che nel mio libro la dedica è proprio rivolta alle vittime ignote. Vittime sacrificate al nostro benessere ma di cui nessuno sa nulla. Per anni ho sentito l’urgenza di questo problema e ho provato l’impotenza di trovarmi senza interlocutori.

Si calcola, per difetto, che dal 1988 siano ventimila gli esseri umani morti per arrivare in Europa. Quali sono i casi in cui la “tragedia” assume i connotati del “crimine”?

Sono tanti. Nell’ottobre 2013 alcuni profughi siriani hanno denunciato l’equipaggio della corvetta italiana Chimera perché rapinati dopo essere stati soccorsi. Questo è significativo: è come se i rifugiati o i migranti fossero res nullius, dei subumani. E ancora: gli spari a marzo da parte della Marina italiana contro una barca di scafisti egiziani. A febbraio c’erano stati i 14 morti di Ceuta, l’enclave spagnola nel territorio marocchino. La Guardia civil aveva sparato sui migranti che tentavano di passare lungo gli scogli. Tra l’altro, a Ceuta e Melilla ultimamente hanno messo delle lamette sulle reti: chi tenta di salire, si massacra. E poi i posti di blocco al confine con la Libia dove noi italiani abbiamo installato attrezzature sofisticate per avvistare chi arriva. Ma soprattutto preoccupa l’esistenza di protocolli sconosciuti agli accordi italo-libici firmati da Berlusconi. Insomma, siamo di fronte all’esternalizzazione delle frontiere, al delegare il lavoro sporco… E non siamo soli, lo fanno Malta, la Spagna, la Grecia.